Long Covid: i sintomi neurocognitivi a lungo termine

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Sars-Cov-2 è un virus respiratorio e causa una malattia, Covid-19, che comincia come un raffreddore, o un’influenza, ma può progredire rivoltando il sistema immunitario contro organi e tessuti del nostro organismo, causando danni che vanno al di là del sistema respiratorio e dei polmoni. E non sempre per chi guarisce i problemi possono dirsi finiti: molti pazienti sono infatti destinati a confrontarsi con il Long Covid, un’ampia sequela di sintomi che possono interessare praticamente ogni distretto del nostro organismo, e prolungarsi per mesi anche dopo aver sconfitto l’infezione.

Esattamente un anno fa si cominciavano a notare i primi casi di questo strano prolungarsi di sintomi debilitanti e la scienza sta cominciando solo ora a comprendere il problema. Tra i sintomi più comuni e descritti nella letteratura scientifica ci sono sicuramente quelli neurocognitivi: fatigue, difficoltà a concentrarsi, ansia e depressione.

Disturbi a danno del cervello e del sistema nervoso, dall’eziologia ancora non del tutto chiara, che possono rendere il ritorno alla normalità dopo la malattia un percorso lungo e irto di ostacoli, anche nelle persone più giovani, come mostra uno studio appena pubblicato su Nature Medicine e condotto tra pazienti di 16-30 anni. Ecco cosa sappiamo al momento dei sintomi neurocognitivi del Long Covid.

 

I problemi neurocognitivi sono i sintomi più comuni del Long Covid

 

Tra i sintomi più comuni e descritti più spesso nella letteratura scientifica ci sono quelli neurocognitivi

I sintomi del Neuro Covid

Anosmia e ageusia

È uno dei sintomi più noti di Covid-19: l’improvvisa scomparsa di sapori e/o odori dal nostro orizzonte sensoriale. Nel linguaggio medico si parla di ageusia e anosmia, due sintomi abbastanza comuni durante la malattia acuta, che, a differenza di quanto può accadere nel caso di altri virus respiratori, si presentano spesso senza concomitanti sintomatologie delle vie aeree superiori come riniti o sinusiti. La prevalenza riportata nella letteratura scientifica è piuttosto variabile e dipende anche dai criteri con cui viene effettuata la diagnosi, ma sembrano essere più comuni nelle forme lievi della malattia, rispetto a quanto non lo siano in quelle moderate o severe. Uno studio pubblicato sul Journal of Internal Medicine riporta la perdita di olfatto nell’85% dei pazienti con forme lievi di Covid 19 e un’incidenza molto più bassa, compresa tra il 4,5 e il 7%, nel caso di pazienti con forme moderate/critiche. Nello studio il 15% dei pazienti riportava ancora il sintomo a due mesi dall’inizio della malattia e circa il 5% continuava a soffrirne a sei mesi. Risultati simili arrivano anche dallo studio cinese sul Long Covid pubblicato sul Lancet, che riporta una prevalenza del 7% per l’ageusia a sei mesi dall’inizio dei sintomi e un 11% per quanto riguarda l’anosmia. Studiosi franco-canadesi in una lettera apparsa su Jama Network Open sostengono che in una minoranza di pazienti la mancanza di olfatto possa protrarsi anche per un anno, sebbene esista una discrepanza tra i risultati di test soggettivi e oggettivi.

Brain fog

Scarsa concentrazione, problemi con il linguaggio, difficoltà a pensare o ragionare chiaramente. In inglese viene definita brain fog ed è uno stato di disorientamento che può avere molte cause, dalla definizione sfumata, difficile da diagnosticare con sicurezza e per questo ancora non sempre riconosciuto come sintomo nelle ricerche. Viene spesso citato come problema che affligge i pazienti con Covid-19 in forma acuta, ma i dati disponibili ci dicono che è tra i disturbi che più spesso permangono anche nel Long Covid.

Fatigue e brain fog sono due dei disturbi neurocognitivi più frequenti

 

Alcune analisi indicherebbero che può interessare un paziente su quattro nei mesi successivi alla guarigione dall’infezione. Nel caso di pazienti gravi, può essere legato alla permanenza in terapia intensiva e allo stress psicologico sperimentato, ma sempre più spesso i medici riportano di averlo osservato anche in persone che hanno sofferto della malattia in forma lieve o moderata. Uno studio italiano, realizzato su medici che avevano sofferto di Covid-19 durante la prima ondata dell’epidemia, ha trovato un’incidenza nulla di disturbi cognitivi seri nei mesi seguenti alla guarigione, evidenziando però un numero contenuti di problematiche lievi, come difficoltà di concentrazione (riportata da 14 pazienti su 120) e problemi di memoria (8 pazienti su 120), persistenti a 4 mesi dall’inizio della malattia acuta.

Fatigue

Viene definita come un senso di spossatezza e mancanza di forze, indipendente dalle attività svolte nell’arco della giornata e che non passa con il riposto. È comune durante la malattia acuta, ma può perdurare anche per mesi al termine dell’infezione. La prevalenza varia negli studi disponibili, mantenendosi comunque su percentuali importanti, comprese tra il 35 e 63% a sei mesi dall’insorgenza dei sintomi.

 

Problemi psichiatrici

Ansia, depressione e problemi del sonno sono piuttosto comuni in caso di Covid-19 e sembrano caratterizzare anche il Long Covid. Nella coorte cinese questi sintomi interessavano circa un quarto dei pazienti a sei mesi dall’esordio della malattia. Nei pazienti ospedalizzati è emersa inoltre un’incidenza importante della sindrome da stress post traumatico, che interessava il 30% dei pazienti. Uno studio americano, che ha coinvolto oltre 62mila malati di Covid, ha riportato un’incidenza di problemi psichiatrici, nuovi o ricorrenti, pari al 18% tra i 14 e i 90 giorni successivi alla guarigione. Stimando inoltre una probabilità del 5,8% per i pazienti guariti da Covid-19 di vedersi diagnosticata una nuova malattia psichiatrica (di cui non si soffriva già) entro 90 giorni dalla guarigione.

Mialgia e mal di testa

Per molti pazienti Covid la malattia si accompagna alla comparsa di dolori. Mal di testa o dolori muscolari, più precisamente mialgie, sono tra i più debilitanti e comuni sintomi di Covid-19 che non riguardano l’apparato respiratorio: colpiscono, rispettivamente, il 21% e il 25% dei pazienti durante la fase acuta della malattia e sembrano persino più frequenti in caso di patologia lieve o moderata, rispetto a quanto non si veda nelle forme gravi. A sei mesi dall’inizio dei sintomi sono presenti in misura minore, ma riguardano ancora il 2% dei pazienti.

Incidenza e tempi

Per essere definiti come pazienti Long Covid i sintomi devono durare (o insorgere) oltre le quattro settimane dall’inizio della malattia. Rispetto alla prevalenza del problema, le stime sono ancora piuttosto vaghe. Il Day Hospital post Covid dell’Ospedale Gemelli di Roma ha descritto, ad esempio, la persistenza di sintomi Long Covid nell’87,4% dei pazienti a due mesi dalla dimissione dopo un ricovero per una forma acuta di Covid-19. Uno studio simile realizzato negli Stati Uniti parla invece di sintomi persistenti nel 32,6% dei pazienti a due mesi dall’insorgenza della malattia. Mentre il più ampio, per casistica, pubblicato sul Lancet da un team di medici di Wuhan (tra i primi a curare pazienti Covid-19) parla di un 76% dei pazienti che sperimenta ancora almeno un sintomo collegato alla malattia a sei mesi dalla guarigione.

I sintomi a lungo termine di Covid-19 vanno dalla spossatezza generalizzata ai mal di testa, dalla difficoltà a recuperare gusto e olfatto a veri e propri problemi psichiatrici.

 

Per quanto riguarda poi i fattori di rischio per Long Covid, la situazione è ancora meno chiara: sembra esistere una correlazione tra gravità della malattia e probabilità di soffrire di sintomi nei mesi seguenti, ma Long Covid può colpire anche pazienti con Covid-19 in forma moderata, lieve e persino asintomatica. Riguardo ai sintomi più comuni, però, la situazione si fa meno dubbia: nonostante Covid-19 sia una malattia respiratoria, sono i sintomi neurocognitivi quelli più comuni al termine della fase acuta dell’infezione.

Molti pazienti sono destinati a confrontarsi con il Long Covid, un’ampia sequela di sintomi che possono interessare praticamente ogni distretto del nostro organismo, e prolungarsi per mesi anche dopo aver sconfitto l’infezione

Le cause

Al momento non esistono certezze sui meccanismi biologici alla base del Long Covid. Molti specialisti ritengono che si tratti, con tutta probabilità, di un insieme di sintomi eterogenei e con eziologia differente. Nel caso dei sintomi neurocognitivi del Long Covid, comunque, i principali indiziati sono due: l’azione diretta del virus sui tessuti del sistema nervoso e gli effetti dell’immunosenescenza e dell’inflammaging. Per quanto riguarda la prima ipotesi, non esistono ancora prove che Sars-Cov-2 infetti direttamente i neuroni, ma è stato notato che la malattia produce dei cambiamenti nel parenchima e nei vasi cerebrali e compromette l’attività della barriera ematoencefalica (aprendo probabilmente le porte all’arrivo di citochine periferiche nel cervello), tutte circostanze che possono comportare o peggiorare l’infiammazione dei tessuti cerebrali. È inoltre improbabile che sintomi che permangono a settimane e mesi dalla guarigione siano legati a un’azione persistente del virus, che solitamente viene eliminato dall’organismo entro la terza settimana dall’infezione. Mentre è facile ipotizzare che, almeno in parte, siano dovuti a fenomeni come la neuroinfiammazione, l’inflammaging (un’infiammazione cronica, di basso livello, dei tessuti cerebrali) e l’immunosenescenza, che esacerba gli effetti delle citochine, molecole coinvolte nei sintomi peggiori della malattia acuta, che potrebbero svolgere un ruolo anche nelle sequele di altri sintomi post-Covid

A fianco di questi processi infiammatori è possibile che, almeno in alcuni casi, i sintomi del Long Covid siano legati allo stress subito dai tessuti cerebrali a causa di trombosi microvascolari e fenomeni neurodegenerativi. O, ancora, alla permanenza di frammenti virali, non più capaci di replicarsi ma in grado di interferire con il funzionamento del sistema nervoso centrale, e di dare vita a reazioni autoimmuni e fenomeni infiammatori localizzati. Nei pazienti più gravi, che hanno subito un ricovero in terapia intensiva, è impossibile infine escludere che i sintomi persistenti come l’annebbiamento (“brain fog”) e problematiche psichiatriche siano legati alle condizioni della degenza, ai farmaci e le terapie e allo stress psicologico. È noto, ad esempio, che il 20-40% dei pazienti che esce dalle terapie intensive (per qualunque causa) soffre di una qualche forma di deterioramento o deficit cognitivo.

Molti pazienti sono destinati a confrontarsi con il Long Covid, un’ampia sequela di sintomi che possono interessare praticamente ogni distretto del nostro organismo, e prolungarsi per mesi anche dopo aver sconfitto l’infezione

Long Covid: una malattia in fase di definizione

Insomma appare chiaro che, sebbene sia ormai entrato nel gergo comune, il Long Covid è un disturbo ancora tutto da studiare. Sia sul piano dei sintomi che abbiamo descritto, sia per quanto riguarda la loro esatta causa e la durata. L’emergenza che ha colpito i sistemi sanitari di quasi tutto il pianeta ha infatti reso difficile raccogliere dati in modo sistematico, almeno nei primi mesi della pandemia. Ed i sintomi che affliggono i pazienti al termine dell’infezione acuta possono avere molte cause: non solo la malattia ma anche la degenza, le terapie effettuate e soprattutto, nel caso di problematiche neuropsichiatriche, anche la paura, lo stigma e l’isolamento. È per questo che il Long Covid è una sindrome ancora in via di definizione, anche se alcune certezze cominciano ad emergere.

Long Covid è una sindrome ancora in via di definizione, anche se alcune certezze cominciano ad emergere

Bibliografia per approfondire